L’educazione è processo relazionale, è sistema vivente. In questa ottica, l’intersezione rappresenta un contesto privilegiato di costruzione di relazioni tra bambini, adulti, spazi, materiali e tempi. Similmente, Malaguzzi ci insegna che il bambino è portatore di cento linguaggi e che apprendere significa comunicare, mettersi in relazione, creare. È solo nella relazione che si sviluppano le competenze, che si esprime l’identità, che si esercita la cittadinanza.
L’intersezione permette questo: amplifica le possibilità di relazione, rompe gli schemi rigidi dell’omogeneità, apre al pluralismo e al confronto tra differenze.
Inoltre, le stesse Linee pedagogiche per il sistema integrato 0-6 (MIUR, 2021) ci ricordano che il bambino è titolare di diritti e deve essere accolto nella sua unicità. Il valore della differenza si pone, quindi, come fondamento dell’agire educativo. L’intersezione consente di viverla pienamente, nella concretezza della quotidianità, nella mescolanza di età, esperienze, prospettive. È anche una modalità che ci obbliga, come adulti, a rivedere la nostra posizione: a rinunciare al controllo assoluto, ad abbracciare la complessità, a stare nel non sapere. Certo, la differenza può far paura. Spesso si preferisce la rassicurazione dell’omogeneo, del già noto, del prevedibile. Ma educare è anche rompere le abitudini, sradicare le certezze, attraversare il rischio dell’incontro.
L’intersezione ci mette in questa posizione: quella del “fare insieme”, del ripensare, del condividere.