Il progetto nasce da un duplice bisogno: sul fronte delle professioniste, e su quello dei bambini che vivono il servizio quotidianamente.
Durante l’ultimo anno il collettivo ha mostrato una buona predisposizione al lavoro di gruppo, alla condivisione e alla cooperazione, consolidando legami di fiducia e professionali. Il gruppo di educatrici ha mostrato il proprio interesse nel voler sperimentarsi in qualcosa di innovativo.
Cos'è l'intersezione?
intersezióne s. f. [dal lat. intersectio -onis, der. di intersecare: v. intersecare]. L’intersecarsi di due linee, di due piani, di una linea con un piano, ecc.; anche, in senso più concreto, l’insieme dei loro punti comuni. Con sign. specifico, nella teoria degli insiemi, il termine indica l’operazione (detta anche prodotto logico) che associa a due insiemi dati un nuovo insieme (detto anch’esso intersezione) formato dai punti comuni a quei due insiemi.
Etimologicamente, quindi, intersezione richiama l’idea di un incontro, di uno spazio condiviso generato dal sovrapporsi di percorsi diversi. Applicata al contesto educativo, l’intersezione mantiene questo significato metaforico e lo trasforma in una pratica pedagogica intenzionale, che prevede la progettazione di momenti condivisi tra le sezioni di uno stesso plesso. Non si tratta solo di un incontro fisico, ma di una modalità educativa in cui la relazione tra bambini di età diverse diventa strumento di crescita, esplorazione e scoperta. A differenza della tradizionale organizzazione per sezioni omogenee, l’intersezione promuove occasioni in cui gruppi eterogenei – per età, esperienze, bisogni e stili relazionali – possano coesistere in attività strutturate o semi-strutturate, con finalità educative precise. Tale approccio si distingue dall'organizzazione a sezioni miste per la sua flessibilità: l’intersezione non comporta una riorganizzazione permanente dei gruppi, ma introduce momenti e spazi intenzionalmente progettati in cui le bambine e i bambini si incontrano in base a interessi comuni, competenze emergenti o intenzionalità educative.
In questa prospettiva, l’intersezione si configura come una scelta metodologica e culturale, in cui l’incontro tra differenze rappresenta un’opportunità, tanto per i bambini quanto per il gruppo di adulti. È nel punto in cui si intersecano bisogni, linguaggi e visioni differenti che possono nascere nuove forme di relazione, apprendimento e appartenenza. È un’educazione, questa, che si orienta alla riflessività, cui fine non è “una testa ben piena” ma “una testa ben fatta”. Da questo deriva l’avvicinamento a un’educazione ecologica, come sosteneva Bateson, ossia un modo di insegnare che è consapevole dell’imprevisto, del percorso mai lineare e definito in partenza. Un processo, quindi, attivato dalla riflessività che si apre alla divergenza, alla creatività, al futuro (Demozzi).
Perchè fare intersezione?
Viviamo in un tempo che rifugge l’imprevisto, che cerca l’efficienza, che chiede prontezza, competenze, soluzioni immediate. Un tempo che non lascia spazio all’incertezza. Eppure, proprio l’incertezza – ciò che non è predetto, previsto, scritto – è la cifra dell’educazione. Essa, infatti, non può essere contenuta in un progetto scritto in ogni dettaglio, ma nasce da una continua ricerca, da un continuo ripensamento, da un continuo interrogarsi, come sottolinea Mortari. Ma le domande, ci insegna la filosofia, nascono dalla condizione di sapere di non sapere. Come dice Nietzsche, educare è “non essere rimasti sempre a casa, sempre con sé stessi” (cit. in Demozzi, 2011, p.10). È compiere un movimento verso l’altro e verso il mondo. È abitare anche l’imperfezione, i margini, lo scarto, l’errore, l’inattuale. Non è un’azione rassicurante e chiusa, ma un agire in divenire. In questo senso, come scrive Rilke, “essere artista non significa fare molte cose, ma significare molto per una sola”. Potremmo dire lo stesso della scuola: essa non deve limitarsi a fare, organizzare, predisporre attività. Deve piuttosto costruire contesti che generino significato e relazioni. Ed è in questo quadro che si inserisce l’intersezione, come scelta educativa e progettuale. È nei momenti in cui sostiamo nelle domande, che nasce la “curiosità, il fascino dell’avventura e la disponibilità a dislocarsi dai propri parametri di riferimento” (Demozzi, 2011, p.10). E’ nell’apertura e nella ricchezza dell’incontro che con coraggio e audacia si impara, si apprende. In campo educativo, questo può essere ricondotto alla paura a volte di sconfinare, di spostarsi in quella terra del non conosciuto e dell’imprevedibile, che è però insito all’agire educativo stesso. E’ necessario e doveroso, come professionisti, scegliere di approdare in quell’orizzonte del possibile che si-possibile che no, in cui nulla è già dato, ma in cui nulla può essere esattamente previsto. Ma progettare significa questo, creare condizioni possibili e capaci di modificarsi sulla base dell’imprevisto, significa gettare avanti; quindi, sistematicamente muoversi da una condizione già data e spingersi oltre.
Quell'oltre, oggi, è per noi sperimentare una modalità nuova di lavorare in gruppo, in intersezione, insieme.
Per chi fare intersezione?
L’intersezione è, prima di tutto, un atto educativo che riconosce la molteplicità come valore. Non è una scelta organizzativa, ma una pratica intenzionale che mette in dialogo soggetti diversi all’interno di una comunità educativa. La domanda “per chi?” dunque non si esaurisce nel bambino, ma si apre all’intero sistema educativo, chiamando in causa insegnanti, équipe, famiglie e l’ambiente scuola nel suo insieme.
L’intersezione è per quei bambini che hanno bisogno di sperimentare ruoli differenti da quelli abituali, perchè se è vero che la costruzione dell’identità avviene nello scambio con l’altro, allora sarà più semplice potersi sperimentare laddove ci sia più possibilità di farlo. Si tratta di creare le condizioni per contesti che li aiutino a riconoscersi come soggetti competenti in grado di abitare relazioni plurime, ora come tutor, ora come pari, e ora come allievi. In questo senso, si veda il bambino più piccolo che trova nel più grande un riferimento, un modello d’ispirazione; per il bambino più grande che si prende cura, diventa responsabile, si mette nei panni di chi ha un ruolo attivo nell’apprendimento dell’altro. Non solo, adattarsi al cambiamento, incontrare ciò che non è routinario, scoprire il nuovo, non è per i bambini un problema, anzi è proprio perche
“privilegiati dal fatto di non avere eccessivo attaccamento alle proprie idee- che pur costruiscono e reinventano continuamente- sono i più adatti a estrarre, a fare scoperte, a cambiare i propri punti di vista, a innamorarsi delle forme e dei significati che si trasformano, sono i più sensibili estimatori dei valori e degli utili della creatività” (Edwards, Gandini, Forman, 2012, p.97)
Ma l’intersezione è anche per chi fatica a trovare il proprio posto nel gruppo omogeneo e può beneficiare della presenza di dinamiche nuove, di legami inediti, di ritmi differenti. In questo senso, l’intersezione offre spazi di espressione più flessibili, meno legati a ruoli cristallizzati, permettendo a ciascun bambino di trovare contesti e tempi più aderenti al proprio vissuto.
Con questo si intende dire, che sono i bambini stessi ad insegnarci che si può rimandare il proprio punto di vista, accettare quello dell’altro, al fine di incontrarsi e co-operare.
L’intersezione, infatti, è anche per l’adulto. È per l’insegnante che desidera aprire il proprio sguardo, lasciandosi interrogare da relazioni nuove, da dinamiche educative non già previste, ma generate dall’incontro con l’altro. Permette di uscire dall’isolamento di sezione e di co-costruire significati educativi insieme ai colleghi, in un processo di formazione continua che passa attraverso l’osservazione, la riflessione e il dialogo. Come ci ricorda Tutone (2022), innovare significa “ripensare, mettersi sul campo e osservare”, per poi discutere, confrontarsi, fare ricerca. L’intersezione chiede dunque anche disponibilità a trasformare il proprio modo di stare in relazione con i bambini e con gli altri adulti.